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Sarti, spazzini, operai. Qui i migranti lavorano.

Pubblicato il 07/11/2016
Pubblicato in: Pubblicazioni

Gli esempi positivi di integrazione a 360 gradi nei comuni abruzzesi. Sono volontari e hanno l’occasione di imparare un mestiere per il futuro.

PESCARA. Ombre e luci, tra i quasi tremila migranti giunti finora in Abruzzo (solo negli ultimi giorni ne sono arrivati altri 125, fanno sapere dalla prefettura di Pescara), distribuiti tra tutte le quattro province della regione. Già, poiché se da un lato si registrano anche episodi di violenza, come accaduto ad agosto nel caso di due nigeriani nel Centro di accoglienza di Pescasseroli, dall’altro – anche attraverso una serie di progetti ideati da consorzi, associazioni e cooperative in collaborazione con gli enti locali – alcuni richiedenti asilo si stanno dando da fare soprattutto con lavori socialmente utili e del tutto gratuitamente e volontariamente, con lo spirito di voler ricambiare la generosità manifestata attraverso l’ospitalità ricevuta.
Avviene a Pescara, dove grazie ad un accordo tra Comune, Caritas e l’associazione Eta Beta, sono stati arruolati 15 migranti, oppure a Città Sant’Angelo, a Caramanico, a Penne, a Montesilvano a Sulmona, a Pescasseroli, o a Carunchio, tanto per citare alcune località in cui si sono sviluppati progetti con lo scopo di una maggiore integrazione.
PICCOLI ARTIGIANI. «Tra coloro che ospitiamo nelle nostre strutture», racconta Dario Recubini, presidente delle Asp di Pescara e Sulmona, l’Azienda servizi alla persona, «su un totale che è difficile da stabilire, visto che i migranti, per diversi motivi, vanno e vengono, sono tra i venti e i trenta coloro che quotidianamente vanno al lavoro».
L’accordo tra la Asp e la prefettura di Pescara prevede un rimborso di 31 euro al giorno per le spese relative al soggiorno di ciascun migrante. Fra i lavori esercitati, oltre a quelli tradizionali di manutenzione e pulizia, ci sono quelli artigianali. «Tempo fa», continua Recubini, «sono arrivati a Sulmona anche due sarti nigeriani, i quali, in una situazione di emergenza, si sono cuciti i vestiti da loro e ora lo fanno anche per gli altri».
GRANDE IMPEGNO. Esperienze analoghe sono sorte nella provincia di Chieti, dove in molti hanno scelto di lavorare per rendersi utili alla collettività. «Abbiamo diverse esperienze, e sono moltissimi coloro che vogliono impegnarsi» riferisce Simone Caner, presidente del consorzio Matrix, che, con la sede operativa di Vasto, gestisce strutture temporanee di accoglienza a Palmoli, a Schiavi d’Abruzzo, a Torino di Sangro, San Salvo, Lentella e Carunchio.
Per il momento sono circa 35 i migranti ospitati da Matrix, impiegati tra casolari e aziende agricoli, i quali stanno imparando diversi mestieri. «Ci vuole inventiva», spiega Caner, «e qui, nei vari progetti, i migranti che hanno chiesto di lavorare si occupano di terreni, di animali, del biologico. C’è anche chi ha imparato a fare la marmellata, il sapone e l’olio, come avviene in un casolare di Carunchio».
Vere e proprie arti da impiegare nell’agricoltura, che per chi riuscirà ad ottenere asilo in Italia, potranno essere spendibili nel mercato del lavoro.
Anche perché, come sottolinea Caner, in riferimento ai dieci ragazzi del casolare di Carunchio, provenienti dal Mali, Bangladesh e Gambia, ormai, certi tipi di lavoro in Italia non li vuole fare più nessuno.
«Poi», aggiunge il presidente di Matrix, «noi siamo stati chiari anche in una lettera che abbiamo inviato a Renzi: diamo e vogliamo dare ospitalità ai migranti ma loro devono assumere una mentalità in cui pensino che non tutto sia dovuto».
NESSUNO ESCLUSO. A Pescasseroli, in pieno Parco nazionale, da qualche settimana è stato avviato un progetto, intitolato “Nessuno escluso”, curato dalla consigliera comunale Francesca Grassi. Progetto che, stando alle parole della consigliera, «è partito con una legittima perplessità, ma che ora sta rispondendo bene».
Qui, nella struttura che accoglie i migranti, l’ex albergo “Lo Scoiattolo” guidato dall’associazione “Gestione orizzonti”, sono meno della metà i migranti ospiti che hanno chiesto di lavorare.
«Il Centro di accoglienza», spiega Grassi, «ha una capienza di cinquanta unità e attualmente ne ospita proprio cinquanta. Tra queste», continua la consigliera, «sono stati in dodici, almeno per il momento, ad aderire al progetto. Ma già da ora vi sono nuove richieste di inserimento».
“Criticità”, come i due episodi di allontanamento dal Centro di accoglienza, ci sono state, «ma certamente», evidenzia Grassi, «nei processi di integrazione ci sono più luci che ombre». In più l’edificio è divenuto ancora più accogliente, visto che ospita anche delle famiglie.
«I dodici che hanno chiesto di partecipare al progetto si occuperanno di manutenzione del territorio e di piccoli lavoretti di riqualificazione e manutenzione degli arredi urbani», rende noto la curatrice di Nessuno escluso. Per un impegno, poi, neanche tanto gravoso, visto che si tratta di lavorare per 16 ore alla settimana. Tra l’altro, sembra che anche la cittadinanza abbia accolto con favore l’iniziativa, tanto che a Pescasseroli è sorto un comitato, per sua natura spontaneo, chiamato “Mamma Africa”, che ha per obiettivo l’integrazione nel tessuto sociale. «Di recente è stato organizzato un torneo di calcetto misto ed il comitato è ben presto diventato un punto di riferimento per i ragazzi», racconta la consigliera.
AIUTO IN MENSA. Di esperienza «molto, molto positiva» parla il direttore della Caritas di Pescara, don Marco Pagniello. Nella struttura pescarese sono ospitati diversi migranti, e la Caritas ha anche firmato un protocollo col Comune di Pescara per impiegarli in lavori socialmente utili. «Naturalmente non si può dire lo stesso per tutti, in quanto il genere umano è variegato», osserva, «ma in tanti si sono offerti anche per dare un aiuto nei paesi colpiti dal terremoto». Non solo. Don Pagniello sottolinea come i migranti diano una mano alla mensa, nel lavare i piatti e per tutto il resto. «Hanno voglia di lavorare. Ma il rischio è che possano cadere in quella dimensione che è il lavoro nero. Un aspetto sulla quale noi li mettiamo in guardia», avverte il sacerdote.

Fonte: Quotidiano “Il Centro” – 07 settembre 2016

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